UAAR CIRCOLO DI TORINO

Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti

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Una intressante discussione sul New York Times

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Il New York Times ha una sezione "Opinion" in cui è apparso recentemente lo scritto del gesuita, professore all'università Notre Dame, Gary Gutting. Nell'articolo, interessante per molti versi, il Gutting esprimeva tra l'altro il giudizio che siano privi di valore gli argomenti ateistici o agnostici del Dawkins, con ciò attirandosi critiche violente in molti dei circa 700 interventi di risposta al suo articolo. A queste critiche è seguita una risposta assai articolata ed apparentemente equanime del Gutting, costruita coll'impiego dei soliti vacui argomenti filosofico-teologici. Le risposte a questo nuovo intervento superano al momento le 800. Mi pare che quella che cito qui sotto sia ottima:

A quanto pare Lei dice che avere la sensazione che Dio esista basti per pretendere che si mantenga almeno una posizione agnostica. Ma la sensazione, per quanto profonda, non è una prova. Nessuno sentirà la propria fede più di coloro che si fanno saltare in aria in una piazza affollata, sicuri d’ottenere le loro 72 vergini in cielo. “Avere una sensazione” non è un argomento e non sposta la discussione.

E la famosa teiera di Russel? Se si ha notizia di avvistamenti credibili di teiere in orbita, sarò disposto a crederci; se però c'è solo una setta religiosa a vedere la teiera e non sa offrire prove tangibili ma solo aneddotiche e in conflitto con le osservazioni di altri, devo ritenere che un gruppo di persone abbia qualcosa da guadagnarci dalla storia della teiera. Dovrò forse contribuire alla costruzione d'un tempio della setta della sacra teiera? Questa non è una prova.

I credenti ammettono che il loro Dio esista al di fuori dell'universo materiale e sia difficile da afferrare: ne abbiamo un'oscura nozione, come attraverso un vetro affumicato, con una vaghezza che ci negherà per sempre una visione chiara. Come dice Shakespeare, ci sono più cose in cielo e terra di quante ne possa sognare le filosofia.

Pare però che i credenti sappiano tutto su Dio. Sanno precisamente cosa vuole, e specificamente cosa dobbiamo fare per pagare il nostro debito con Lui. Sembra che l'unica cosa che non possiamo sapere sia se esista o no. I credenti conoscono Dio senz'ombra di dubbio e fanno della Fede una virtù, i non credenti, ben che gli vada, s'accontentino di restare agnostici.

Possono ben esserci più cose in questo mondo di quante ne sogni la mia filosofia, ma se io non sono neppure in grado di sognarle come posso farmi una filosofia significativa sulla base d'una loro sicura presenza terrificante?

Donde vengono le specifiche? Direi che non ci si possa affidare alle storie bibliche e agli antichi miti, data l'imperfetta loro origine umana. Se è viziata l'origine, come potrebbe mantenersi o perfino crescere la credibilità di tali storie nella trasmissione attraverso i tempi? Ricorda il gioco infantile del telefono, in cui il messaggio in uscita, pasando di bocca in orecchio, perde ogni relazione con quello in entrata.
So qual è stato il mio primo contatto con la religione. A 7 anni fui mandato a una scuola cattolica. Lì le suore, persone adulte potenti e affidabili, m'insegnavano la religione, dicendomi che guai a me se non credevo. Nessun equivoco, nessuna scelta, nessun dubbio; niente vetro affumicato, forte e chiaro e specifico: cristallino. Certo, a quell'età le mie doti critiche non funzionavano ancora e mi mancavano le basi per giudicare o protestare. La mia educazione religiosa non era accompagnata da trucchi logici o sottili e complesse razionalizzazioni. Commetti un peccato mortale e zac, all'inferno. La maggior parte dei miei compagni pareva più malleabile di me e uscì dalla scuola aderendo a queste convinzioni in modo stranamente infantile. Molti sembravano incapaci perfino di parlare di dubbi o lo facevano con chiaro timore. In questi bambini la precoce esposizione s'era fissata nei loro cervelli in formazione ed era protetta da una barricata emozionale che logica o ragione non potevano superare. Non meraviglia che adulti per altro intelligenti cerchino ogni modo per difendere queste emozioni così profondamente inculcate.

I motivi per cui io non credo che ci sia un Dio sono semplici. Se guardi come funziona il mondo, non c'è bisogno di postulare un Dio. Come dice Dawkins, un universo con un Dio è ben diverso da uno senza. Il modello d'universo che abbiamo funziona benissimo senza un Dio nelle equazioni.
Se noi potessimo sentire l'influsso di emanazioni d'un vago mondo infero (non, certo, la "coscienza immediata" di cui parla Lei) queste emanazioni dovrebbero pur avere modo d'interagire col nostro cervello per produrre un pensiero. Ma non c'è un meccanismo per questo nel cervello: le cellule del cervello e la produzione di pensiero ad opera di queste cellule non hanno collegamenti magici con un mondo mistico.
Gli esseri umani si sono evoluti come animali sociali con una comprensione innata di una gerarchia guidata dal maschio alfa. Ma appena abbiamo sviluppato la capacità di pensiero astratto, abbiamo fatto quello che tale capacità ci induceva a fare, creando un concetto idealizzato a partire da esempi imperfetti. L'idea astratta del maschio alfa ideale è quella di un essere che abbia autorità inattaccabile, conoscenza perfetta e che assegni premi e punizioni. Non è difficile vedere da dove viene il concetto di Dio: non è «là fuori», ma dentro di noi e ha origini molto terrene.

Ermanno Morgari

Gli articoli del NYT si trovano ai seguenti due indirizzi:

http://opinionator.blogs.nytimes.com/2010/08/01/philosophy-and-faith/

http://opinionator.blogs.nytimes.com/2010/08/08/the-rigor-of-love/?ref=opinion

 

Traduzione di Ermanno Morgari

 

I modi del relativismo

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Annalisa COLIVA - I MODI DEL RELATIVISMO - Editori Laterza, Roma- Bari, 2009 - Pagg. 228, € 20,00
Recensione di Guido Bertolino

Il tema del relativismo è diventato, negli ultimi tempi, abbastanza frequente grazie soprattutto a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) Benedetto XVI, che ne ha fatto uno dei suoi ritornelli più frequenti, riferendosi, ovviamente, al relativismo in campo etico e religioso.
Può quindi essere utile, oltre che interessante di per sé, studiare più da vicino il relativismo e scoprire così, grazie a questo libro, che di relativismi ce ne sono parecchi, anche se, come si vedrà, tutti riconducibili ad uno stesso schema concettuale.
L’autrice, Annalisa Coliva, è professore di filosofia del linguaggio presso le facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e di Reggio Emilia.
L’opera si occupa del relativismo da un punto di vista filosofico; le recenti polemiche di papa Benedetto XVI sui risvolti religiosi e civili del relativismo non sono specificamente affrontate in quanto non pertinenti al campo di indagine, prettamente filosofico, che l’Autrice si propone di esplorare.
L’opera si divide in tre parti; la prima descrive i vari tipi di relativismi, in campo filosofico, linguistico, culturale, epistemico, ecc; la seconda tratta delle critiche rivolte storicamente alle posizioni relativistiche, da parte dei cosiddetti realisti; la terza infine, si propone di superare entrambe le posizioni, relativistiche e realistiche, mediante l’antirealismo. La terza parte è, a mio modo di vedere, quella più debole di tutta l’opera; mi sembra che il presunto superamento, sia del relativismo sia del realismo, presti il fianco a numerose critiche e non sia, in ultima istanza, altro che buon senso mascherato da filosofia.
La prima e la seconda parte sono, invece, molto istruttive e merita studiarle con attenzione.
Interessanti sono alcune considerazioni svolte dall’Autrice nell’Introduzione: anzitutto circa la finalità etica dell’opera, consistente nel tentativo di abbassare i toni della polemica (fomentata in Italia dal Vaticano, assente all’estero – NDR), e ricondurre la discussione sul piano filosofico (pag. IX). Poi la chiarificazione sul fatto che il rifiuto del relativismo non comporta, ipso facto, l’accettazione supina del realismo; tra queste due posizioni estreme esiste una terza via, che permette di indagare, con maggior equanimità, le ragioni dell’uno e dell’altro (pag. X). L’Autrice enumera poi (pag. XI) le varie forme di relativismo (da cui il titolo sui suoi “modi”), senza nascondersi che forse l’elenco non è completo (ciò che concorrerebbe a corroborare la tesi della molteplicità dei relativismi), avvertendo però che tutti hanno uno schema pressoché comune (come si vedrà nel corso della trattazione). Infine, perché lo studio del relativismo? Perché dalla sua accettazione o dal suo rifiuto dipende la nostra comprensione della realtà (pag. XIII). 


Parte prima: una selva di relativismi

Nella prima parte della sua opera, l’Autrice studia e discute un gran numero di relativismi: linguistico, culturale, concettuale, fattuale, ontologico, epistemico, ecc. Non è certo possibile esaminarli tutti in dettaglio in questa sede; basti ricordare che la loro struttura, sempre abbastanza simile, può sintetizzarsi così:
ci sono sistemi (linguistici, culturali, epistemici, etici, ecc.) S1, S2, …Sn diversi
questi sistemi sono incompatibili o, nella migliore delle ipotesi, incommensurabili tra di loro
conseguentemente, i giudizi che si traggono in ciascuno di questi sistemi sono diversi e in contrasto tra di loro
e poiché i vari sistemi S1, …, Sn sono tutti quanti leciti, i rispettivi giudizi, sebbene incompatibili tra di loro, sono tutti comunque legittimi.

L’aspetto caratteristico del relativismo è dunque la coesistenza di espressioni contraddittorie, che violano il principio logico di non contraddizione; né vale la scappatoia secondo cui tali espressioni sarebbero valide solo all’interno dei loro sistemi S1, …., Sn, poiché allora in questo caso non avremmo una vera posizione relativistica, ma solo delle opinioni differenti (per fare un esempio geometrico, certe proposizioni delle geometrie non euclidee non sono in contrasto con le analoghe della geometria euclidea, proprio perché si tratta di sistemi diversi che partono da postulati diversi).  Così, se si dice, p. esempio, che due proposizioni etiche E1 ed E2 , derivanti da due sistemi etici diversi, sono in contrasto tra di loro, in realtà non si ha una vera contraddizione, proprio perché le ipotesi di partenza sono diverse. In questo caso, dunque, secondo l’Autrice, non saremmo in presenza di un vero relativismo, che si ha solo quando si pretende di sostenere che E1ed E2 sono validi anche all’infuori dei rispettivi sistemi.
Il problema è comunque sempre quello di far coesistere il principio di non-contraddizione con l’ammissibilità sia di P, sia di non-P. Un modo (= un’arrampicata sugli specchi - NDR) per salvare capra e cavoli è quello proposto da Harman e da MacFarlane, secondo cui il mondo (i fatti) si può riguardare da diversi punti di vista e secondo diverse prospettive (prospettivismo). Un’altra possibilità è quella di abbracciare una logica paraconsistente in cui non valga il principio di non contraddizione. Infine, seguendo Goodman, si può ritenere che i giudizi P e non-P siano genuinamente contraddittori ed anche incompatibili, ma nel contempo ipotizzare una pluralità di mondi diversi, nei quali valga ora l’uno, ora l’altro. In questa concezione, l’incommensurabilità tra sistemi diversi sarebbe non solo una forma di incompatibilità, ma addirittura una forma di separazione totale in quanto un sistema apparterrebbe ad un mondo e un altro sistema apparterrebbe invece ad un mondo diverso, separato e parallelo.
In definitiva, resta aperto l’interrogativo se il relativismo sia una posizione coerentemente formulabile. Così come non è concepibile da mente umana il concetto di “quadrato rotondo”, potrebbe darsi che il relativismo si riveli, alla fine, una posizione insostenibile.


Parte seconda:relativismi possibili, plausibili, auspicabili?

In questa seconda parte, l’Autrice riprende in esame tutti i relativismi descritti nella prima parte (riassunti qui nella tabella precedente), e li sottopone a una critica serrata.
Non è certo possibile, in questa sede, passare in rassegna le argomentazioni proposte, che riprendono in parte le critiche già formulate nella prima parte dell’opera. Basta quindi sintetizzare che se si adotta la logica classica e si rispetta la lettera dei proferimenti dei parlanti impegnati in dispute relativiste, si viola il principio di non-contraddizione e, pertanto, il relativismo non sembra coerentemente formulabile. Se si rispetta la logica classica, ma s’interpretano differentemente i proferimenti dei parlanti (o quanto al loro contenuto, o quanto alle loro condizioni di verità, o ai parametri che entrano in gioco nella valutazione della loro verità), non si ha più il disaccordo che sembra essere uno dei tratti costitutivi del relativismo.
Per quanto possa apparire attraente, il relativismo non sembra quindi una posizione coerentemente formulabile. Se ne possono individuare i tratti costitutivi, ma non pare ci sia modo di metterli insieme in maniera coerente, un po’ come avviene con il concetto di “QUADRATO ROTONDO”. Possiamo cioè pensare che qualcosa sia un quadrato, oppure che sia un cerchio, ma non riusciamo ad immaginare che qualcosa sia al contempo sia quadrato sia rotondo: come i due tratti costitutivi di quel concetto si escludono a vicenda, così i tratti costitutivi del concetto di RELATIVISMO sembrano rifiutarsi reciprocamente. (pag. 155).


Parte terza: al di là del relativismo e del realismo: l’antirealismo

Come s’è visto nel capitolo precedente, comunque lo si riguardi, il relativismo non pare essere una posizione filosoficamente sostenibile. Da ciò non segue automaticamente la vittoria del realismo (dove con questo termine si intende la posizione secondo cui ogni ambito del discorso – da quello fattuale a quello etico, estetico, epistemico, ecc. – sia tale da rappresentare un dominio di fatti che esistono indipendentemente dalle nostre menti, che rende determinatamente vera oppure falsa ogni asserzione fatta al suo interno. (pag. 156)).
L’alternativa sia al relativismo sia al realismo è l’antirealismo, una posizione propugnata soprattutto da Michael Dunnett tra gli anni 70 e 90 del XX secolo. Caratteristica dell’antirealismo è la sospensione del principio di bivalenza, per cui ogni enunciato è determinatamente vero o falso.
Ci sono casi, secondo gli antirealisti, in cui, pur mantenendo il principio di non contraddizione, per cui non possono essere veri sia P sia ¬ P, non siamo in grado di affermare né P né la sua negazione ¬ P.
La conclusione, secondo l’Autrice, è che il relativismo non è comprensibile all’interno del nostro sistema concettuale, valoriale ed epistemico. Potrebbero forse esistere degli esseri portatori di concetti, valori e sistemi epistemici radicalmente diversi dai nostri, ma per noi sarebbero incomprensibili. Se li comprendessimo, allora non ci sarebbe incommensurabilità, e senza incommensurabilità non si dà relativismo; dall’altro lato, se ci fosse incommensurabilità, allora non potremmo comprenderli.
La conclusione dell’opera è che “Se per l’Umanesimo vi era un essere umano fatto ad immagine e somiglianza di Dio, posto al centro dell’Universo, nell’Umanesimo dopo il post moderno vi è – vi dovrebbe essere -  un essere umano fatto ad immagine e somiglianza di se stesso, che occupa il centro del suo mondo, che è l’unico mondo che possa mai abitare e conoscere”.


G. Bertolino
Torino, 26.07.2010

 

Lettera di Antononietta Dessolis al conduttore di "Prima Pagina" Bruno Testi a proposito della sentenza UE sui crocefissi

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Alla c.a. del conduttore di Prima pagina di radio3, Bruno Costi vice direttore de Il Giornale
Per conoscenza alla redazione

Oggetto: sentenza UE sul crocefisso

Rispondendo ad un ascoltatore e ad un’ascoltatrice lei  ha toccato veramente la sostanza del pronunciamento UE: il crocefisso non è un sopramobile, un elemento d’arredo, è il simbolo della presenza cattolica (non genericamente cristiana) nella vita pubblica nel nostro paese, dove rivendica non solo la libera espressione del pensiero, legittima per tutte le fedi religiose e per tutte le visioni del mondo non religiose, ma un posto di preminenza e di privilegio nelle istituzioni; da giornalista o da semplice cittadino informato saprà bene  quali sono gli ambiti in cui si concretizza: insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica (con ruolo degli insegnanti nominati dalla curia), finanziamento massiccio della scuola confessionale, l’8 per mille, finanziamento degli oratori, esenzioni fiscali diverse, oneri di urbanizzazione secondaria dai comuni e tutta una serie di prebende anche difficili da quantificare perché provenienti, a vario titolo, da una giungla di delibere degli enti locali…chi più ne ha più ne metta, non ultima in ordine di importanza la pretesa di fare leggi che riguardano tutti i cittadini secondo un’etica di parte ritenuta universale (vedi testamento biologico, legge 40, boicottaggio della 194 e la pregressa campagna antidivorzista), con l’esplicita negazione dell’autodeterminazione nelle scelte personali.
L’opposizione al crocefisso nelle istituzioni pubbliche è appunto opposizione a questa occupazione clericale e confondere, secondo me in mala fede, il clericalismo con la  spiritualità e la religiosità è quanto di più mistificatorio si possa fare; una similitudine con le chiese e altri simboli religiosi va nella stessa linea: una chiesa è un luogo di culto e nessuno dei “biechi laicisti” è contro la libertà di culto e quindi contro i luoghi in cui si esprime.
Lei, signor giornalista, ha capito bene cosa significa il crocefisso, è la marcatura di un territorio, è il segno di una posizione “più uguale” che si impone ad atei, agnostici e fedeli di culti diversi, peccato che non ne tragga le conseguenze prendendo atto che questo significa discriminazione verso tutti gli altri che non lo condivido                                                                                                                        no; altro che “imposizione” e “ingerenza” della Corte Europea, è piuttosto una difesa dall’ingerenza e dalle imposizioni di un’istituzione e del suo braccio secolare che sono i politici su altri cittadini che rivendicano l’applicazione della nostra Carta, i principi fondamentali, i diritti e doveri. Lei ha detto bene che il pronunciamento della Corte significa dare una direzione di marcia verso la laicità dello Stato e la presa d’atto di una sempre maggiore secolarizzazione della società; io conosco tanti cristiani, valdesi, testimoni di Geova o cattolici di base, che la pensano esattamente come  me, atea e “bieca laicista”, o “bieca illuminista”, o “bieca relativista”, come preferisce.
Un giornale oggi titola “decisione illiberale”, il solito modo di rigirare la frittata: illiberale è non riconoscere che solo con la laicità è possibile far convivere pacificamente la pluralità di posizioni e di etiche, legittime alla pari in una società plurale; altro ossimoro ricordato in alcuni commenti odierni è “dittatura del relativismo”, dimenticando che il contrario di relativismo è assolutismo, e che relativismo si può coniugare come pluralismo.
Una signora oggi le diceva che se in Iran un cattolico avesse fatto una richiesta simile sarebbe andato in prigione o espulso, certo, è vero, ma appunto l’Iran è uno Stato confessionale e autoritario, dove è  reato anche l’apostasia, non certo liberale come vorrebbe essere il nostro,: vorremmo che anche l’Italia seguisse il suo esempio? perché in parte lo segue, viste anche le reazioni isteriche a questo pronunciamento.
Ultima osservazione, si usa spesso come argomento la tradizione cattolica del nostro paese : ma non tutte le tradizioni sono sane per la democrazia, anche l’assolutismo è stata per secoli la tradizione, anche l’imposizione della fede (e con quali metodi!) è stata per secoli la tradizione, anche considerare illegittimi i figli nati fuori dal matrimonio (li chiamavano “bastardi”!) è stata per secoli la tradizione…: questo vuol dire che è un buon argomento per conservare brutte storiche abitudini?
Piuttosto si è trasformata la religione cattolica in religione civile che serve a un’affermazione identitaria che non porterà niente di buono, se vediamo cosa producono le esasperazioni identitarie in altre realtà: conflitti, guerre, soprusi e violenze di ogni genere, altro che la religione portatrice di pace.
Antonietta Dessolis
Domodossola (Verbania) 4 ottobre 2009


http://temi.repubblica.it/micromega-online/crocefisso-nessuna-legge-lo-prevede/

http://temi.repubblica.it/micromega-online/crocifisso-%e2%80%9cnoi-siamo-chiesa%e2%80%9d-la-fede-si-vive-nelle-coscienze/

http://www.uaar.it/news/2009/11/05/no-europeo-crocifisso-comuni-oltranzisti/

 

Il meeting UAAR del 19 settembre 2009.

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Un pomeriggio di festa in una giornata dalla temperatura ideale: non troppo caldo né freddo. Sono arrivata in piazza Ankara insieme a Vera Pegna, che mi aveva generosamente ospitato a casa sua la sera precedente.
Il suono della musica e una miriade di persone allegre ci ha accolto tra lo sventolio delle bandiere UAAR e i cartelli con i nostri slogan su sfondo giallo preparati dall’organizzazione e dai soci provenienti da tutta Italia.
Nell’attesa l’incontro con alcuni soci e socie, lo scambio di battute, qualche foto scattata in un’atmosfera quasi trasparente dove il sorriso testimoniava il nostro piacere di essere insieme.
Poi l’apertura della manifestazione di Adele Orioli ed il susseguirsi degli interventi: dal primo sull’assistenza laica, esposto da Fania Zanforlin in relazione all’iniziativa UAAR a Treviso, e da me, sull’avvenuta convenzione per l’assistenza laica UAAR presso l’Ospedale Molinette di Torino, alle campagne ateobus e oneri esposte rispettivamente da Giorgio Villella e Roberto Grendene, che ha evidenziato di quanti privilegi usufruisce la chiesa cattolica a danno dell’offerta di servizi per tutta la popolazione, al problema della scuola ‘clericalizzata’ che porta via fondi per i progetti educativi di comune utilità, all’esposizione di Rosalba Sgroia sull’ora alternativa, allo sbattezzo, alle sale del commiato, al testamento biologico, alla denuncia subìta da Manlio Padovan di Rovigo per  vilipendio, alla situazione internazionale esposta da Vera Pegna.

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Da Galileo a Galeotti: un “disegno intelligente” appare sempre meno probabile…

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Torino, 27 ottobre 2008 – ore 21
L’Istituto di Fisica, nonostante l’ora, pullula di studenti. Sono ragazzi e ragazze dai diciotto ai venticinque anni, provenienti da questa e da altre facoltà, vivaci e motivati, accomunati dalla preoccupazione per il futuro dei loro studi e della ricerca.
Mi spiegano che da oltre una settimana stanno presidiando a turno la facoltà, per protesta contro la legge 133/08: a gruppi mangiano e dormono in questi locali, organizzano dibattiti e visite guidate ai laboratori. Una protesta dignitosa e pacifica, con cui sperano di ottenere l’interesse dei media, la simpatia e la solidarietà dalla gente.
In questo contesto, FISICA A PORTE APERTE è una delle iniziative che vede coinvolti docenti e studenti in conferenze su vari temi, scientifici e culturali.

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