Il 17 novembre 2011 il Circolo UAAR di Torino ha organizzato, presso la Libreria COOP di Piazza Castello, un incontro per la presentazione del libro “C’è chi dice no” - Dalla leva all’aborto, Come cambia l’obiezione di coscienza - edizioni il Saggiatore, 2011 - di Chiara Lalli, docente di Logica e Filosofia della Scienza (Università "Sapienza" di Roma) e di Epistemologia delle Scienze Umane (Università di Cassino). Di fronte a un folto e attento pubblico hanno partecipato, insieme con l’autrice, Franca D’Agostini, docente di Filosofia della Scienza al Politecnico di Torino, e Vera Schiavazzi, giornalista de La Repubblica.
Dagli interventi è emersa con chiarezza la questione di fondo che percorre il libro: se ai giorni nostri l’obiezione di coscienza ha ancora un senso, ed in quali termini, tenuto conto dei profondi mutamenti da tempo intervenuti sotto il profilo semantico in correlazione con il recepimento nella legislazione statale. 

Il libro ci guida nel percorso a tappe che segna la “storia” dell’obiezione di coscienza in Italia, anche attraverso le “storie di vita” di alcuni protagonisti, rintracciati da Chiara Lalli con un appassionato lavoro di reportage:  dai tempi in cui l’obiezione di coscienza era praticata principalmente nel settore militare, seguendo la normativa sul servizio civile (legge 772/1972), sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG, legge 194/1978), sulla sperimentazione animale (legge 413/1993) e sulle tecniche riproduttive (“procreazione medicalmente assistita”, legge 40/2004), fino al disegno di legge del 2010 sui farmacisti e la “pillola del giorno dopo”.  

E ci si accorge che il significato originario di “obiezione di coscienza” diviene a mano a mano irriconoscibile perché è stato oggetto di una profonda trasformazione semantica, anzi, per meglio dire, di una vera e propria manipolazione, che oggi viene esercitata in modo subdolo soprattutto contro le donne che chiedono l’applicazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.  
Il punto di svolta, il passaggio dal significato “genuino” a quello manipolato, interviene quando il diritto all’obiezione di coscienza ottiene riconoscimento giuridico entrando nella legislazione.
Fino ad allora, chi sceglieva l’obiezione di coscienza si opponeva a un divieto o a un’imposizione stabilita per legge e diveniva un reo.
Il singolo individuo, con un’azione ferma e coraggiosa di disobbedienza civile, si opponeva ad una legge dello Stato ritenuta ingiusta, anteponendole un dovere morale, ed era disposto ad accettare tutte le conseguenze della propria scelta, pagando, con il carcere, un prezzo altissimo. Il singolo obiettore esprimeva il proprio, personale conflitto rispetto all’obbligo di rispettare un divieto o un ordine, senza minacciare la libertà degli altri.
Ma oggi, con il recepimento nella legislazione e l’introduzione di “confini legali”, gli obiettori sono stati, per così dire, addomesticati e si assiste allo stravolgimento dell’obiezione di coscienza, che viene usata, strumentalmente e cinicamente, dal singolo “obiettore” contro un’altra persona per impedirle di usufruire di un diritto individuale sancito dalle legge.
Oggi, al contrario di un tempo, di obiezione di coscienza si parla soprattutto in campo sanitario. I medici che non vogliono fare aborti per ragioni di “coscienza” non rischiano però il carcere come gli obiettori di un tempo, contrari alla leva militare: acquisiscono, invece, riconoscimenti e avanzamenti di carriera sulla pelle delle donne che richiedono un servizio previsto dalla legge 194, ostacolandone in tal modo la concreta applicazione.

Chiara Lalli racconta storie indegne di un paese civile, di donne, come Margherita, maltrattate e umiliate dal peso di una sofferenza che potrebbe essere evitata e che, avendo subito un aborto tardivo, sono state costrette al dolore perché l’anestesista è obiettore di coscienza; o come quelle dei farmacisti che si rifiutano di vendere la “pillola del giorno dopo”, farmaco contraccettivo, non abortivo.
Su altri fronti, ci sono anche sindaci che si rifiutano di celebrare matrimoni civili, come il sindaco del Comune di Sedriano (MI), Alfredo Celeste (“per me il matrimonio è quello davanti a dio, punto”), che - come riporta il sito web del Comune - è Docente di Religione Cattolica ed ha conseguito il Magistero in Scienze Religiose, il Baccalaureato in Teologia “Cum Laude Probatus” e la Laurea in teologia “magna cum laude” con specializzazione in Teologia Morale.  

Il libro pone bene in evidenza il passaggio dal rapporto iniziale fra scelte individuali e leggi dello Stato all’attuale scontro fra singoli individui: l’obiezione di coscienza è divenuta l’arma brandita da un individuo (medico obiettore) contro le scelte e la volontà di un altro (donna), per boicottare l’applicazione di una legge dello stato.
Da qui derivano le condivisibili perplessità di Chiara Lalli nei confronti dell’utilizzo di una medesima espressione, obiezione di coscienza, per indicare due azioni profondamente diverse, quali sono, da un lato, la rivendicazione di un diritto negato per legge (essendo disposti a pagarne per intero il prezzo) e, dall’altro, la contrapposizione a un diritto individuale sancito da una legge, per boicottarla danneggiando un altro cittadino (senza rischiare nulla e senza pagare alcun prezzo).
L’uso offensivo e strumentale della “coscienza” ha fatto dimenticare chi sono i “veri” obiettori (la cui decisione “contra legem” non minaccia la libertà di scelta altrui) e mira ormai a colpire la libertà e i diritti delle persone in modo subdolo e sotterraneo. 
La media nazionale di ginecologi obiettori supera il 70%. Ci sono punte del 90%; Lazio, Basilicata, Molise e Campania si aggirano intorno all’85%. E ci sono i casi di ospedali in cui le IVG non si eseguono affatto, o in cui c’è un medico chiamato da fuori, oppure il servizio viene sospeso quando l’unico non obiettore va in ferie o in malattia.
La percentuale di obiettori tende ad un costante aumento, perché è una scelta  “facile e indolore” di medici ipocriti, incuranti dei doveri professionali che derivano dalla libera decisione di diventare ginecologi e lavorare nel pubblico.

Come può funzionare un servizio boicottato con percentuali così elevate di defezioni ? È giusto scegliere una professione e poi chiedere l’esonero dagli obblighi conseguenti ? Perché dovrebbe valere solo per i medici ?
Che senso ha, quindi, parlare di “obiezione di coscienza” oggi, quando  l’obiezione è autorizzata per legge ?  E’ giusto continuare ad utilizzare la denominazione originaria, se l’“obiezione” è divenuta una forma di espressione della libertà individuale ?
L’importanza del libro di Chiara Lalli e l’originalità del suo contributo al dibattito attuale in materia stanno soprattutto nell’aver messo in luce questi aspetti cruciali, attraverso una panoramica approfondita della delicata problematica.
Nel dibattito con il pubblico è intervenuto l’Avv. Bruno Segre (Associazione Nazionale del Libero Pensiero Giordano Bruno), che difese in giudizio centinaia di obiettori a partire dal 1949, segnalando che negli anni ’50 vennero praticate, oltre all’obiezione di coscienza alla leva militare, anche l’obiezione al giuramento di testimone davanti al Tribunale e quella nei confronti delle spese militari per contestare il bilancio del Ministero della Difesa.

Inoltre, ha ricordato che all’inizio la chiesa cattolica avversò fortemente l’obiezione di coscienza al servizio militare, salvo poi gradualmente rovesciare il proprio atteggiamento, per adeguarsi al mutare dei tempi ed arginare l’emorragia di fedeli.
Infine, Giulio Manfredi (Associazione Radicale Adelaide Aglietta) ha rammentato il referendum radicale del 1981 per estendere la possibilità di accedere alle strutture private per l’aborto, sottolineando l’attualità di tale proposta volta a sconfiggere le speculazioni e l’aborto clandestino e di classe, oggi praticato dalle donne povere ed extracomunitarie, e ad offrire un’opportunità in più alle donne in presenza di un elevato numero di medici obiettori. 
Inoltre, ha ricordato la proposta di legge radicale per chiedere che il 50% dei medici e del personale infermieristico sia composto da non obiettori.

Circa la prima questione, Chiara Lalli non è a priori contraria all’apertura al privato, in quanto è opportuno lasciare aperte più  strade percorribili, con l’avvertenza, però, di prevedere opportuni meccanismi e modalità (convenzioni, ecc.), inserendo il tema in una strategia più ampia e facendo tesoro dell’esperienza degli altri Paesi.

In merito alla proposta di garantire almeno il 50% di non obiettori, che costituisce un indubbio miglioramento rispetto alla situazione attuale, nutre invece perplessità in ordine alle modalità applicative; ritiene, infatti, che, prima di optare per una soluzione così drastica, sia opportuno iniziare a percorrere altre strade, ad esempio sperimentando nelle strutture ospedaliere meccanismi di incentivazione a favore di chi non fa obiezione di coscienza, per verificare preventivamente come muta lo scenario.

Giuseppe Arlotta